Vecchie foto contro vecchie bugie
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Vecchie foto contro vecchie bugie
Maurizio Blondet 25 Luglio 2010
La Palestina era «già» un giardino, prima dell’arrivo degli
eletti. Era raro trovare un terreno lasciato incolto: dappertutto orti, palme,
agrumeti, oliveti assediavano le città e i villaggi, frutto di una agricoltura
intensiva e specializzata. I palestinesi avevano mercati internazionali ben
consolidati, rubati poi dagli ebrei nel 1948 con la nazionalizzazione. Scuole
di Stato, squadre di calcio, spirito nazionale, boy-scout, lavoro specializzato
e mercati affollati. Commenti e smentite degli slogan sionisti più ripetuti e
universalmente presi per oro colato.
Trovo sul web un albo di vecchie foto sulla Palestina. Mi paiono
interessanti da tradurre come commento - e smentita - degli slogan sionisti più
ripetuti e universalmente presi per oro colato.
«Un
popolo senza terra per una terra senza popolo»

La propaganda ebraica ripete da oltre un secolo che la Palestina era disabitata
prima dell’arrivo dei sionisti. Apparentemente, un po’ di popolo c’era: questa
foto scattata a Giaffa nel luglio 1908 mostra una immensa folla radunata
davanti agli uffici del governo locale (Grand Serai) per festeggiare la
rivoluzione laica dei Giovani Turchi e l’esautoramento del sultano ottomano
Abdul Hamid ad Istanbul. Nella provincia dell’impero ottomano che era allora la
Palestina, la rivoluzione turca suscitò grandi speranze: di un governo
costituzionale e di elezioni parlamentari.

L’affollato mercato (bazar) di Giaffa nel 1896, in un dagherrotipo
stereoscopico. Posto in un apposito apparecchio, il dagherrotipo forniva
un’immagine tridimensionale.

Veduta di Giaffa dal mare, foto scattata tra il 1898 e il 1914. Una città
palestinese linda e civile, vibrante di attività, che contava allora 70 mila
abitanti, tutti arabi.
«Gli
ebrei hanno trovato un deserto e ne hanno fatto un giardino»

Raccolta degli agrumi, Collezione Matson (1898-1914)

Veduta generale degli agrumenti di Giaffa, prima del 1914. Sembra proprio che
la Palestina fosse «già» un giardino, prima dell’arrivo degli eletti. Di fatto,
era raro trovare un terreno lasciato incolto, a parte le dune e le rocce:
dappertutto orti, palme, agrumeti, oliveti, alberi da frutta assediavano le
città e i villaggi, frutto di una agricoltura intensiva e specializzata.
«Gli
ebrei hanno introdotto coltivazioni pregiate con tecniche avanzate»

Primi anni ‘20: cernita degli agrumi

Gli agrumi sono avvolti in carta velina per la commercializzazione

Le cassette di agrumi, su barconi, raggiungono le navi da carico che le
attendono nel porto di Giaffa per l’esportazione. Già dai primi del ‘900
gli agrumi erano la principale voce di esportazione per la Palestina, arance
limoni e pompelmi di Giaffa erano apparizioni regolari nelle prime colazioni
britanniche. I palestinesi avevano mercati internazionali ben consolidati:
ragion per cui, nel 1948, lo Stato ebraico «nazionalizzò» gli agrumeti - ossia
li rubò ai palestinesi - e ne fece la prima voce d’esportazione per il nuovo
Stato di Israele.
«Beduini
arretrati, vivevano sotto le tende, ignari della civiltà»

Una classe elementare della Scuola Nazionale Cristiana Ortodossa, 1938.
Ovviamente le scuole cristiane erano frequentate da bambini musulmani, perchè
davano una istruzione prestigiosa.

Gli allievi della scuola ortodossa avevano una banda musicale.
«Non
è mai esistita una nazione palestinese»

Il corpo docente della scuola superiore di Stato, Giaffa 1923 (liceo e istituto
tecnico). Il professore al centro, in abiti occidentali, cravatta e fez, è
Salim Katul, autore di molti libri di testo di scienze naturali in arabo. Se
non c’era una nazione, come mai c’era una scuola di Stato?
«Belve
stupide, che capiscono solo la forza»

La classe di falegnameria alla scuola secondaria statale di cui sopra, 1924.
C’è una scritta sulla porta che dice: «Chi impara poco, vale poco».

Boy scouts e lupetti della scuola secondaria statale, 1924.

La squadra di calcio della scuola secondaria di Stato di Giaffa, 1923.
«Non
avevano una coscienza nazionale, prima…»

Polizia britannica a cavallo, nella piazza centrale di Giaffa, stronca una manifestazione
di protesta contro la politica inglese che favorisce l’immigrazione ebraica in
palestina, 27 ottobre 1933.

Giaffa, 27 ottobre 1933 la polizia inglese bastona Muza Kazim Pasha
al-Husseini, rispettato uomo politico palestinese, durante la manifestazione
contro l’immigrazione ebraica. Il dignitario morirà sei mesi dopo per le
percosse ricevute, senza mai essersi ripreso, all’età di 81 anni.

L’inizio della «Arab Revolt», 1936-39, contro la politica britannica
filo-sionista; la Polizia inglese si scontra con i dimostranti arabi nella
piazza centrale di Giaffa.

Le truppe inglesi perquisiscono i passanti sul lungomare di Giaffa
durante la Rivolta Araba, 1936.
«Ci
odiano per la nostra libertà»

Rappresaglia britannica contro la Rivolta Araba del 1936: soldati inglesi
isolano con transenne la città vecchia di Giaffa, preliminare per la
demolizione punitiva delle case arabe.

I risultati della rappresaglia: la città vecchia ridotta in macerie dagli
inglesi, 1936. In fondo, gli israeliani non hanno fatto che continuare la
tradizione.
«Sono
soltanto terroristi. Non c’è nessuno con cui trattare»

Le macerie del palazzo del governo locale (Grand Serai), distrutto da un
attentato della Lohemai Herut Israel, meglio nota come «Banda Stern». Il 4
gennaio 1948 membri della Banda Stern parcheggiarono davanati al palazzo un
autocarro carico di esplosivo e ricoperto di arance. Oltre a distruggere dalle
fondamenta il palazzo, l’esplosione uccise 26 civili palestinesi. Così «non c’è
nessuno con cui trattare».

24 aprile 1948: militanti ebraici dell’Irgun irrompono attraverso le brecce che
hanno aperto con esplosivi nelle case palestinesi. Quel giorno l’esercito
clandestino sionista, comandato dal Menachem Begin, cominciò un attacco -
durato quattro giorni e quattro notti - contro il quartiere residenziale di
Manshiyeh, sul mare e circondato da Tel Aviv, con un fitto e indiscriminato
fuoco di mortai.

Gli effetti del bombardamento ebraico contro Manshiyeh. Il rapporto ufficiale
sui fatti davanti al Parlamento britannico (5 maggio 1948) parlava di «bombardamenti
indiscriminati con mortai, all’evidente scopo di creare il panico
tra la popolazione civile. Le forze britanniche sono intervenute con supporto
aereo, e nel corso del pomeriggio gli ebrei si sono ritirati sulle loro
posizioni precedenti. (...) La sera del 30 aprile l’ordine di
cessate il fuoco (imposto dai britannici) è stato rotto dalla parte
ebraica (...). Secondo una stima approssimata, 30 mila arabi
hanno abbandonato Giaffa, ed altri stanno lasciandola anche ora. Il
sindaco arabo è ancora a Giaffa e i servizi municipali funzionano, sia
pure con difficoltà...» (Hansard, Camera dei Comuni, 5 maggio 1948, pagina
1.238).

Fine aprile 1948: migliaia di arabi cercano scampo dall’attacco ebraico a
Giaffa per via mare, essendo le strade bloccate dai terroristi rabbinici
dell’Haganah; finiranno a Gaza, in Egitto, in Libano come profughi (si noti
nella foto il campanile cristiano ortodosso).
«Finalmente,
un popolo senza terra si sistema in una terra senza più popolo»

Giudei provenienti dall’Europa, sorridenti. E’ l’inizio del 1949, e le povere
vittime si sono stabilite nei quartieri di Giaffa dopo la pulizia etnica.
Maurizio Blondet
(articolo pubblicato il 30 marzo 2009)